Mi sono accorto tardi di abitare il silenzio.

Non era una scelta.

Era un modo per non peggiorare le cose.

Parlavo poco,

come fanno le stanze dopo una lite.

Così ho imparato che restare

non è sempre coraggio.

Ho avuto giorni che non chiedevano nulla.

Solo di essere attraversati.

Mi sedevo sul bordo del letto,

contavo i rumori della casa,

e capivo che sopravvivere

è un gesto ripetitivo,

non eroico.

C’è stato un tempo

in cui pensavo che amare fosse trattenere.

Poi ho visto le cose rompersi

proprio per eccesso di mani.

Adesso so che alcune presenze

durano di più

quando non le stringi.

Scrivo per mettere ordine

in ciò che non torna.

Non per spiegare.

Le spiegazioni stancano.

Scrivo come si lascia una luce accesa

in una stanza vuota.

Non serve a nessuno,

ma cambia l’aria.